Gli Yes sono stati una scoperta relativamente recente, grazie a un concerto gratuito all' Estival di Lugano (sempre sia lodato) di 5-6 anni fa. Tra i loro dischi forse avrei dovuto scegliere uno dei loro concept album, magari "Close to the edge", vera e propria pietra miliare del rock: ho preferito invece scegliere "Yessongs", disco dal vivo del 1973 che è, anche solo in termini tecnici, pazzesco.
Nei concerti degli anni '70 i cantanti non avevano raffinate tecnologie per sembrare intonati anche quando non lo erano, le tastiere erano tutte analogiche e si scordavano, le chitarre non erano studiate per essere "da corsa" (Steve Howe era anzi particolarmente affezionato alle Gibson più panciute e jazzy), i batteristi non avevano il metronomo in cuffia per andare a tempo, e la post-produzione era possibile ma fino a un certo punto (avete presente cose come "correggere quella nota sbagliata a misura 111" cercandola tra km di nastri?).
In quegli anni c'era anche una mole enorme di convenzioni legate al mondo del rock da rompere: gli Yes, dal vivo ancora più che in studio, si prendono qualunque tipo di libertà solistica, con rigorosamente un (lungo) assolo a testa, divagazioni improvvisate, e tanta voglia di proporre la loro musica che, invece di trarre linfa dalla matrice blues tanto di moda all'epoca, aveva una forte componente strutturale e compositiva, per riproporre l'impatto dei compositori classici che tanto ammiravano. Un esempio di questa passione per la musica classica è la prima traccia del disco, un estratto di brani dall'Uccello di fuoco di Stravinskij, che veniva puntualmente diffuso mentre la band saliva sul palco.
Parlando delle tracce di Yessongs è interessante vedere il balzo evolutivo tra i brani proveniente da "The Yes album", più legati a un'estetica flower power (su tutti "I've seen all good people"), e quelli scritti successivamente, di natura decisamente più immaginifica e cosmica (And You and I, Heart of the sunrise, Siberian Khatru, l'immensa Close to the edge).
Concludo con qualche domanda.
Credete che il bassista sia quel musicista che serve, ma alla fine è più importante il chitarrista?
Pensate che il chitarrista debba usare un distorsore per mostrare al mondo la sua virilità?
Credete che non ci possa essere un assolo di organo liturgico in mezzo a un pezzo rock?
Pensate che i batteristi debbano suonare per far tenere il tempo a chi batte le mani nello stadio?
Se avete risposto in maniera positiva anche solo a una di queste domande vi consiglio di comprarvi questo disco (da triplo vinile a doppio cd, miracoli della tecnologia) e ascoltare quello che suonavano quasi 40 anni fa i signori Jon Anderson, Bill Bruford, Steve Howe, Chris Squire, Rick Wakeman, Alan White.
Poi ci vediamo al prossimo concerto di V.R., o di L., o magari anche di L.P., e ne parliamo.


Lascia un commento